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martedì 11 marzo 2008

LA PRESENZA MILITARE IN PUGLIA

La Puglia è stata trasformata in un'enorme base logistica per le forze armate italiane e internazionali, spesso con la connivenza delle istituzioni locali e altrettanto di frequente all'insaputa dei cittadini.
Questo è l'elenco dettagliato degli insediamenti militari in Puglia tratto da: LA PUGLIA MILITARIZZATA (guida agli insediamenti militari in Puglia).


BARI E PROVINCIA

Esercito:
Bari: sede del Comando Brigata Corazzata Pinerolo
Bari: sede del Comando supporti tattici Pinerolo
Bari; sede del Comando 7° Reggimento Bersaglieri
Bari: sede del Comando Battaglione Logistico di Supporto Appia
Bari; sede 10° Reggimento Trasporti
Bari: sede 10° Reggimento logistico Appia
Bari: sede della 15.a Direzione Genio Militare
Bari: sede Comando di Reclutamento e Forze di Completamento Puglia;
Bari: sede Ufficio Militare di leva; Consiglio militare di leva.
Bari: sede ospedale militare “ L-Bonomo”
Bari: sede della Commissione Medica Pensioni di Guerra.
Bari. futura sede della Grande Base Logistica per le operazioni oltre confine
Bari. sede di un nodo principale della nuovissima rete dati EINET dell'esercito italiano che consente il collegamento tra 300 Enti/distaccamenti/reparti (EDR)
Bari: sede del tribunale Militare
Bari: sede del distretto Militare
Andria: 45° Rgt Trasmissione Vulture contrada Monte Caccia
Altamura: sede del Comando 31° Reggimento Carri
Barletta: 47° battaglione Fanteria Salento
Trani: sede del comando 9.a Brigata Meccanizzata Bari
Trani: sede Comando 9° Reggimento Fanteria Bari
Servitù militari dell'Esercito nella provincia di Bari:
-Impianto deposito munizioni Poggiorsini
-Impianto deposito carburanti Monopoli
-Impianto di telecomunicazioni di Monte Caccia (Spinazzola/Andria)
-Impianto poligono di tiro di Madonna del Buon Cammino (Altamura)
Altri poligoni occasionali ma resi di fatto permanenti:
-Poligono La Sentinella (Altamura)
-Poligono Parisi Vecchio
-Polveriera località Murgia di Serraficata (Gravina)
-Poligono Torre di Nebbia (Spinazzola /Gravina)
-Poligono Scorzone (Minervino)
Si ritiene che l'area interessata dai poligoni sulle Murge sia superiore a 14.000 ettari, con grave danno alle possibilità del rilancio del settore agricolo della zona
Bari : Sede della Terza Regione Aerea
Bari: sede della Comando Divisione Caccia Intercettori
Bari: sede Aeroporto militare Palese Macchie
Bari: sede Distaccamento Mungivacca Procura militare della repubblica
Bari: sede Tribunale Militare territoriale
Bari Mungivacca: Magazzino principale di commissariato
Bari Mungivacca:3° gruppo di Manutenzione autoveicoli
Bari Mungivacca: 16° reparto Genio campale con competenze su demanio e manutenzione manufatti
Bari Palese Macchie: Magazzino distaccato
Bari Mungivacca :laboratorio tecnico di controllo delle rete di rifornimento carburanti POL (NATO)

Gioia del Colle: sede del 36° Stormo "Riccardo Helmut Seidl" alle cui dipendenze operano il XII gruppo caccia Intercettori Ognitempo ( CIO) su Tornado ADV, il 156° gruppo caccia Ognitempo convenzionali (CBOC) su Tornado IDS, il 436° gruppo STO. il 536° gruppo SLO. il gruppo difesa , la 736a Batteria SPADA (sistema missilistico antiaereo) e la 636a squadriglia collegamenti su MB339A e P180.

Servitù militari dell'Aeronautuca in provincia di Bari:
-Impianto deposito carburanti di gioia del colle
-Impianto deposito munizioni di Gioia del Colle (località Marzapaglia)
-Impianto di telecomunicazioni di Acquaviva
-Impianto di telecomunicazioni di Gioia del Colle (località Scorciabove)
-Impianto di telecomunicazioni di Gioia del Colle (località Ciala-Ciala)

Marina Militare:
Bari: Radiofaro S.Cataldo


BRINDISI E PROVINCIA

Esercito Italiano:
Nessuna presenza.
Il deposito munizioni di Restinco è divenuto un blindatissimo centro di detenzione e rimpatri di immigrati, mentre i magazzini dell’EI presenti in città , sono in stato di abbandono e da anni il comune richiede di rientrarne in possesso per un loro riutilizzo a scopo pubblico.
Aeronautica Militare a Brindisi

L'aeroporto militare , che ai primi anni 90 era stato munito di hangar corazzati antimissile, batterie antimissile del Sistema Spada e schierava oltre ai G 91 del 32° Stormo, gli elicotteri del SAR ed aveva visto l'installazione di una consistenze presenza NATO e USA durata fino al 2000, oggi non ha di fatto reparti operativi di volo dell'Aeronautica militare.
Vi è un nucleo di VAM ( i fanti dell'Aeronautica) per la sorveglianza delle strutture, una Stazione metereologica, un radar per il controllo aeroportuale integrato sia con la Difesa Aerea che con l'ENAV ( Assistenza al Volo civile) ed una torre di controllo con controllori militari.
Le vaste aree dell'Aeroporto Militare dovrebbero transitare, su richiesta dell’AM, a fine 2003 all'Aviazione Civile una volta risolti i problemi finanziari delle amministrazioni civili competenti.
L’Aeroporto militare è sede della più grande Base Logistica al mondo dell’ONU (UNLAB) con depositi del PAM ( Programma Alimentare Mondiale) , stoccaggio dei materiali e mezzi per le operazioni di Peace Supporting ONU. Sull’Aeroporto è di stanza una squadriglia di IL-/& di costruzione Russa e relativi piloti militari russi in leasing all’ONU. Saltuariamente sono di Stanza aerei ANTONOV da trasporto privati ucraini in affitto ad ONU e NATO .

Servitù militari dell’AM in provincia di Brindisi:
-Impianto di Telecomunicazioni di fasano ( località Coppolicchio)
-Impianto di telecomunicazioni di Oria
-Impianto di telecomunicazioni di Brindisi (località Villanova)
-Impianto di poligono di tiro di Punta della Contessa (BR)
-Impianto deposito munizioni di Francavilla Fontana (loc. Masseria Cavallo)
-impianto deposito munizioni di Brindisi (loc. S.Teresa) Marina Militare Italiana
Brindisi: Comando Marina (COMAR), Stazione Navale, Comando Forza da Sbarco ( Reggimenti San marco e Carlotto )., servizio di telecomunicazioni (Maritele), Nucleo Logistico (NULOG), Stazione radar ( MARIRADAR)
Isole pedagne: gruppo Scuole
Brancasi: caserma Carlotto sede del Battaglione San Marco con relativi depositi di mezzi e munizioni.

Servitù militari della Marina Militare in provincia di Brindisi
-Impianto deposito Munizioni di mesagne ( Contrada epifani)
A questa unica servitù formalizzata dalla Regione Puglia vanno aggiunte le numerosissime servitù esistenti nel porto interno, esterno e e le decine di strutture abbandonate sia lungo il litorale che all’interno, molte di esse acquisite dal demanio e trasformate in discariche abusive con grave danno all’ambiente a e allo sviluppo turistico della città.


LECCE E PROVINCIA

ESERCITO ITALIANO
Lecce: sede del Distretto Militare
Lecce :sede dell’Ufficio Leva e del Consiglio di Leva per l’Esercito e l’Aeronautica
Lecce: sede del Presidio militare
Lecce sede della Scuola Truppe corazzate Caserme Trizio e Nacci
Lecce :Base Logistica Torre Venere
Lecce :deposito Munizioni Fondone
Lecce: sede scuola di Cavalleria e delle Truppe Corazzate-via Massaglia

Esercito italiano :servitù militari:
-Impianti I-RG Esercito di Contrada Paladini
-Impianto Deposito Munizioni di Fondone
-Manufatto S:M:D: di Lecce

AERONAUTICA MILITARE ITALIANA

Galatina: Sede Aeroporto Militare e del 61° Stormo
Galatina: sede del 10° reparto Manutenzione velivoli

Aeronautica militare italiana, servitù militari:
-Impianto di Telecomunicazioni di Lecce ( San Pietro in Lama)
-Impianto di telecomunicazioni di Lecce ( Località Sogliano)
-Impianto di Telecomunicazioni di Nardò (N.D.B.)
-Impianto di telecomunicazioni di Otranto (San Nicola di Casole)

MARINA MILITARE

San Cataldo : Faro Corte
Frigole: Stazione Radiogoniometrica

Marina Militare Italiana : servitù militari
-Impianto di TLC di Lecce ( Contrada Olmo)
-Impianto di TLC di Lecce (Gagliano del Capo)
-Impianto di TLC di Lecce (San Cataldo)
-Impianto di TLC di Otranto ( contrada di Palascia)
-Impianto Faro di Santa Maria di Leuca ( Castrignano del Capo)


TARANTO E PROVINCIA

ESERCITO ITALIANO
Praticamente nessuna presenza se non personale di collegamento interforze.(vedi servitù militari della MM)
Servitù militari:
-Impianto di telecomunicazioni di Monte Redentore (cogestito con AM)
-Impianto deposito munizioni di San Giorgio Jonico (Serro) ESERCITO ITALIANO
Praticamente nessuna presenza se non personale di collegamento interforze.(vedi servitù militari della MM)
Servitù militari:
-Impianto di telecomunicazioni di Monte Redentore (cogestito con AM)
-Impianto deposito munizioni di San Giorgio Jonico (Serro)


AERONAUTICA MILITARE ITALIANA:

Taranto: sede della Scuola Addestramento Reclute Aeronautica Militare (SARAM) presso l’idroscalo “Luigi Bologna” e sede di corsi di euroformazione per i VFA, Volontari Ferma Annuale.

Martina franca: sede del 3° ROC ( Regional Operation Center) della NATO Struttura attualmente in STBY come riserva di emergenza del COFA CO di Poggio Renatico. Sede di importanti apparecchiature di comunicazione e di controllo per tutte le Forze Armate e NATO( Stazione capomaglia)
Marina di Ginosa : Teleposto dell’AM

Servitù militari dell’Aeronautica :
-Impianto di telecomunicazioni di Mottola (località San Antuono)
-Impianto di telecomunicazioni di Martina Franca (località Pianelle)
-Impianto di telecomunicazioni di Monteparano (P.R.)
-Impianto di telecomunicazioni di Monte Orimini /M.F.-sistemi Radar transitati ad ENAV
-Impianto deposito carburanti di Taranto (località Fronte)
Sul territorio della provincia di Taranto esistono diverse servitù militari ancora in piedi nonostante la dismissione di molti siti dell’AM, tra questi figurano aree nella zona di Manduria (ex aeroporto abbandonato) che in quella di San Giorgio Jonico.

MARINA MILITARE ITALIANA:
Taranto :sede di Maridipart Taranto , (Dipartimento Militare Marittimo dello Jonio e del Canale D’otranto.
Taranto sede delle Forze D’Altura ( EX Terza Divisione Navale) al comando di un ammiraglio.
Taranto: Nuova base Navale, località Chiapparo, prossima sede della nuova portaerei Einaudi attualmente in costruzione.
Taranto: sede del Comando sommergibili (MARISTASOM Taranto)
Taranto : sede di MARITELE
Taranto: sede del Genio Militare.
Taranto: sede dell’Ospedale Militare della M.M.
Taranto: sede del Centro Addestramento Reclute della Marima Militare .(Centro/sud-Italia)
Taranto :sede del centro addestramento aeronavale M.M. (nazionale)MARICENTADD
Taranto: sede dell’Arsenale Militare
Taranto:: località Buffoluto, sede di MARIMUNI, polveriera e deposito di armameti per tutta la flotta navale di Taranto.
Grottaglie: sede dell’aeroporto della Marina Militare
Grottaglie: sede di MARISTELI (gruppo elicotteri imbarcati) con 18 elicotteri SH-3D/H
Grottaglie: sede del 1° Gruppo Aereo (GRUPAER) con 16 aerei a decollo verticale AV-8B imbarcati su portaerei GARIBALDI di base a Taranto.

Servitù militari della Marina Militare:
Sono moltissime quelle che persistono su siti ormai indisuso alla MM e passati al Demanio Militare e del quale non si ha attualmente un elenco dettagliato.
Ne elenchiamo alcune tra le più rilevanti anche se qualcuna rientra tra le abbandonate:
-Impianto deposito Munizioni di Taranto (Buffoluto e Polveriera dell’Esercito)
-Impianto deposito munizioni di Massafra (ex SP2, una delle più grandi polveriere d’Italia, oggi abbandonata)
-Impianto deposito combustibili di Taranto (contrada Romanelli)
-Impianto deposito combustibili di Taranto (contrada Pilone)
-Impianto stazione di pompaggio di Taranto (contrada Ospedalicchio)

Strutture NATO e USA:
Taranto: le maggiori strutture sia dell’AM che della MM di Taranto sono di fatto inserite nella struttura operativa NATO e quindi sono sedi di sistemi di Controllo Comando in continuo aggiornamento Tecnologico e quindi tendono ad assumere il livello di sistemi C4i.
Ultimamente Peacelink ha scoperto che Taranto è divenuta un nodo terminale di un sistema C4i del pentagono e della Marina Militare Americana (Navvy Center for Tactical System Interoperability di San Diego-California-)Il sistema è sito presso il centro di addestramento aeronavale MARICENTADD
Taranto: sede del NAMSA Southern Europe Depot-
Taranto: ( località masseria Tarasconi) : risulta ancora in carico al 27° Detechment, 2187th GCp USAF



FOGGIA E PROVINCIA


Esercito Italiano:
Foggia : sede del 9° Gruppo Artiglieria pesante campale Foggia
Foggia : sede di Distretto militare


Aeronautica Militare Italiana

Amendola (Foggia): sede di Aeroporto militare e del 32° Stormo “Armando Boetto”.
Vi opera il 13° Gruppo Caccia Bombardieri su AMX, il 101° OCU su AMX-T (addestramento avanzato), il 1° Gruppo Velivoli Teleguidati equipaggiato dei velivoli-robot senza pilota Predator, il Gruppo efficienza Aeromobili (dal dicembre 2002), il 432° Gruppo STO, il 532° Gruppo SLO, il Gruppo Difesa con la 732a Batteria Spada e la 632a Squadriglias collegamenti su NH-500E.Stormo che ha partecipato alle operazioni di guerra del 1999 contro la Serbia.

Monte Jacotenente: sede di Terminale Remoto Radar inserito nella struttura di sorveglianza dello spazio aereo di competenza del 22° GRAM ( Gruppo Radar Aeronautica Militare) di Licola (Napoli)
Monte Jacotenente : nonostante la ristrutturazione dell’AM continua ad essere sede stazione capomaglia di molteplici sistemi di comunicazione dell’AM, interforze e NATO data la sua particolare posizione geografica.

Servitù militari dell’AM in provincia di Foggia :
-Impianto deposito munizioni di Ortanova ( località trionfo)
-Impianto deposito munizioni di ortanova (località Scrofola-Torretta)
-Impianto di Telecomunicazioni di Monte S.Angelo
-Impianto di telecomunicazioni di Monte Sambuco
-Impianto di telecomunicazioni di Serracapriola
-Impianto di telecomunicazioni di Manfredonia (località beccarini)
-Impianto di telecomunicazioni di Vico del Gargano (località Coppa del Monaco)
-Impianto di tekelecomunicazioni di Ortanova (Speranza)
-Impianto di telecomunicazioni di Jacotenente

Marina Militare

Vieste: sede di Stazione radar Marina Militare MARIRADAR 509

A cura dell’Osservatorio sui Balcani di Brindisi

http://www.vialetruppe.org/1.html

lunedì 25 febbraio 2008

Adriatico, la discarica della Nato

Nato aveva parlato di sei siti in cui gli aerei di ritorno dalle operazioni in Kosovo avrebbero scaricato gli ordigni in eccedenza. In realtà sono 24, dalla laguna di Venezia fino alla Puglia. Ci sono bombe a grappolo, proiettili all’uranio impoverito e perfino missili

Stanno in fondo al mare e nessuno, a livello internazionale, se ne occupa. Poi, ogni tanto, ordigni d’ogni genere fanno capolino sulla battigia, da Grado a Gallipoli: proiettili all’uranio impoverito, cluster bomb, missili Tomahawk, granate al fosforo, bombe a guida laser, e addirittura siluri. La Marina militare italiana aveva annunciato la bonifica, promessa da vari governi che si sono succeduti, mentre in Parlamento centinaia di interrogazioni attendono risposte esaurienti.

Ma nel frattempo, chi sul mare ci lavora, spesso ci rimette la vita. Nel silenzio dei media e della politica. L’ultimo di una lunga serie di incidenti legati all’esplosione di ordigni bellici in Adriatico è accaduto lo scorso 26 ottobre. Il peschereccio Rita Evelin, nuovo di zecca, affonda con mare calma piatta dinanzi alla costa marchigiana e tre pescatori (due italiani Francesco Annibali e Luigi Lucchetti e il tunisino Ounis Gasmi) inghiottiti dal mare Adriatico. Il fascicolo di questo incidente è finito in una cartellina sottile, quasi come un foglio di giornale, già impolverata come una noiosa pratica amministrativa. È tutto lì il dossier su una tragedia dimenticata troppo rapidamente, in comunicati, dispacci e relazioni istruttorie. Documenti riservati e conservati negli archivi della Capitaneria portuale di San Benedetto del Tronto in provincia di Ascoli Piceno. Ripercorriamo questa vicenda: alle 5,30 del mattino il natante è colato improvvisamente a picco dinanzi a Porto San Giorgio, adagiandosi su un fondale di 80 metri (43 gradi e 12 primi di latitudine nord, 14 gradi di longitudine est). Le scarne informazioni relative all’affondamento dell’imbarcazione sono state fornite dall’unico sopravvissuto, il comandante Nicola Guidi (41 anni), sotto choc ma non in pericolo di vita: «Ho sentito soltanto un forte botto e subito dopo la Rita Evelin ha cominciato a imbarcare acqua e ad affondare in pochi minuti». Fine delle rivelazioni: il marittimo non parla. E neppure i suoi colleghi che lo hanno tratto casualmente in salvo dopo alcune ore, a bordo del peschereccio pugliese Luna Nuova di Bisceglie. La consegna delle autorità istituzionali e marittime è semplice: “Bocche cucite”. Le cause? «Ufficialmente ancora imprecisate». L’inchiesta staziona a Fermo: è nelle mani del giudice Piero Baschieri. Sarà soltanto un caso, ma l’area del cosiddetto “incidente” coincide con una delle 24 ampie zone di affondamento degli ordigni - e non sei come dichiarato dalla Nato - abbandonati da velivoli dell’Alleanza atlantica nel mare Adriatico di ritorno dai bombardamenti in Kosovo nel 1999. E prima ancora in Bosnia Herzegovina nel 1994-‘95.

Ad attestare la presenza di ordigni, all’uranio impoverito e non, sono le mappe e le coordinate della Nato, nonché i dati secretati dalla nostra Marina militare (di cui left è ora in possesso). Se circa un terzo dei siti di scarico sono concentrati in Puglia, a Nord sono il Golfo di Trieste e la laguna di Venezia i principali bersagli di affondamento per i velivoli Nato a capacità di bombardamento nucleare, compresi i Tornado dell’Aeronautica italiana, stanziati ad Aviano e Ghedi. In quell’area marittima si movimentano ogni anno ben 30 milioni di tonnellate di greggio. Ma è soprattutto nel basso Adriatico che si registra la maggiore concentrazione di ordigni bellici. Soltanto a Molfetta, in un raggio di 500 metri dalla riva di Torre Gavettone (100 metri dalle abitazioni), «i sub della Marina militare ne hanno catalogati 110.000. Mentre nel porto e nelle sue immediate adiacenze ce ne sono un numero imprecisato», rivelano un ufficiale e un sottufficiale. Il 22 settembre 2004, in un’interrogazione parlamentare del senatore Ds Franco Danieli al presidente del Consiglio dei ministri, si menziona la presenza in Adriatico oltre che di «residuati chimici della seconda guerra mondiale di produzione Usa», proibiti dalla Convenzione di Ginevra del 1925, soprattutto di «bombe a grappolo del tipo blu 27 e proiettili all’uranio impoverito». Il premier Silvio Berlusconi non ha mai risposto né, tantomeno, il suo successore Romano Prodi si è sentito in obbligo di fornire una minima spiegazione. Il senatore Danieli (attualmente viceministro agli Esteri) con dovizia di prove fa riferimento anche al fatto che «ancora oggi, in alcune zone, oltre le 12 miglia marine (ad esempio al largo di Fasano in Puglia e Cupra al largo di Cupramarittima nelle Marche) vengono rilasciate in mare bombe o serbatoi ausiliari da aerei militari italiani in emergenza». Al Capo di Stato Maggiore della Difesa, Giampalo Di Paola e al capo di Stato Maggiore della Marina militare, Paolo La Rosa, left ha chiesto spiegazioni, ma i due ammiragli, attraverso le rispettive segreterie hanno preferito non rispondere. Il 25 maggio 1999, la poco nota deliberazione 239 del Consiglio regionale delle Marche prendeva atto che «in questo ultimo periodo è continuato lo sganciamento di bombe da parte di aerei Nato nell’Adriatico, anche a ridosso della costa marchigiana».

Già allora l’assise regionale considerava «il grave danno arrecato all’ecosistema marino» e paventava «il pericolo di esplosioni a danno dei lavoratori della pesca». Altre singolarità. Tra i primi al mondo a dare la notizia della tragedia del Rita Evelin, il 26 ottobre 2006, è stata la Pravda online, una nuova agenzia di stampa russa («Affonda peschereccio nell’Adriatico: 3 dispersi»). Quello che sorprende è l’insolito interessamento manifestato dal ministro degli Esteri. Massimo D’Alema ha fatto pervenire al sindaco Giovanni Gaspari un telegramma di solidarietà alle famiglie dei marinai deceduti, alla marineria e alla città di San Benedetto. Che ragione c’era? Istituzionalmente nessuna. Tant’è che all’affondamento tra le Marche e l’Abruzzo di un altro peschereccio, il Vito Padre il 30 maggio (due vittime), il titolare della Farnesina non si è scomodato. E così il 17 dicembre 2006, quando i flutti hanno sommerso il Maria Cristina di Silvi Marina (Pescara) provocando la morte di un lavoratore del mare. La comunità dei pescatori locali ha rispedito al mittente il telegramma: «Non sappiamo che farcene di questa solidarietà a parole. Piuttosto il governo bonifichi finalmente il mare in cui siamo nati e lavoriamo».

Due fatti sono attualmente certi. Primo: le salme dei tre lupi di mare potevano essere recuperate immediatamente, ma le autorità hanno preferito ripescarle con tutto comodo e dopo aver ispezionato il natante, ben 19 giorni più tardi, soltanto a seguito della dura protesta della marineria locale col blocco della linea ferroviaria adriatica, nonché dei familiari delle vittime. Eppure la magistratura aveva disposto il recupero dei pescatori il 31 ottobre. I subacquei siciliani della società Under Hundred erano pronti a portare in superficie i corpi dei marittimi, ma le autorità militari non hanno gradito occhi indiscreti. Meglio tenere alla larga i civili. Secondo: la Rita Evelyn non sarà tirata in secco, precludendo la possibilità di accertare le cause dell’affondamento. Allo Stato maggiore della Difesa avranno pensato, come è già avvenuto, che è meglio non far sapere nulla all’opinione pubblica a proposito dei rischi e dei pericoli che si annidano in questo mare disseminato di bombe. Infatti, l’Adriatico, incurante delle ragioni di Stato e agli accordi segreti dei nostri militari con il governo degli Stati Uniti d’America, seguita imperterrito a tirare fuori proiettili all’uranio impoverito abbandonati dagli aerei Usa A-10, soprattutto a Sud (erano di stanza a Gioia del Colle). Ma non solo: emergono saltuariamente, senza però raggiungere la ribalta della cronaca nazionale, anche bombe a grappolo (cluster) e al fosforo di fabbricazione Usa. «Quei cosi li peschiamo un giorno sì e l’altro pure - rivela Nicola, che chiede l’anonimato perché non vuole problemi -. Se avvertiamo le Capitanerie passiamo un guaio. Meglio ributtarli in acqua». Gli ordigni sonnecchiano sul fondo marino. In situazioni d’emergenza i bombardieri alleati avrebbero dovuto gettarle per sicurezza ad almeno 70 miglia dalla costa, nelle cosiddette jettison areas. Invece un ordigno con la scritta “U.S. 97” è affiorato recentemente nella laguna di Marano, ad appena 6 miglia dalle foci del Tagliamento, fra Grado e Lignano Sabbiadoro. «E lì il fondale non supera i 17 metri», assicura Giuseppe che sul suo peschereccio s’è trovato la bomba di 80 centimetri impigliata nelle reti. Sono imprevedibili: possono essere ovunque, grazie al gioco delle correnti. Basta allungare lo sguardo, oltre il manto dell’acqua, per distinguere i letali cilindri metallici. «Bombe sono», ripete Antonio di Pescara, volto segnato dal sole e dal freddo come quello degli altri colleghi. Alcuni ufficiali della Marina confermano le dichiarazioni dei pescatori, che da Trieste a Otranto, ormai convivono con questi indesiderati ospiti e l’intenso traffico di petroliere.

Il bollettino di guerra prosegue con 30 bombe non a grappolo ripescate a fine febbraio nel golfo di Venezia. Nel medio e basso Adriatico i piloti Nato hanno avuto pochi scrupoli. Tra Pesaro e Ancona, nei paraggi delle piattaforme metanifere, dalle quali il gas raggiunge la raffineria Api di Falconara, si sono liberati di «tre ordigni a grappolo e di una decina di bombe a guida laser, lunghe quasi tre metri e mezzo e pesanti una tonnellata», precisano i dati delle Capitanerie di porto marchigiane. Mentre nella “Montagna del Sole”, a Rodi Garganico, San Menaio e Calenella, sono approdate tre bombe al fosforo di fabbricazione americana. I cacciamine? Chi li ha visti? Più a sud, nel Salento, cittadini e istituzioni locali non temono ripercussioni e cominciano a far sentire le proprie ragioni. Lo “Sportello dei diritti” della provincia di Lecce, infatti, lancia una campagna di sensibilizzazione sulla ignorata questione. «La guerra nei Balcani ha aggravato la situazione, già preoccupante a causa della presenza di ordigni imbottiti di iprite e fosgene - rivela Carlo Madaro, assessore al Mediterraneo -. La questione più paradossale è il rimbalzare di competenze tra apparati dello Stato, concretizzatosi in un indecoroso scaricabarile tra ministri e ministeri» Per questi motivi, conclude Madaro, «lo “Sportello dei Diritti” della provincia di Lecce ritiene doveroso rilanciare la questione del disinquinamento dell’Adriatico dai pericolosi ordigni e residuati bellici e interverrà presso tutte le competenti sedi, e in particolare presso il nuovo governo, affinché la questione sia valutata sotto un’ottica unitaria e sia implementata una bonifica globale delle acque del nostro preziosissimo mare». Tante interrogazioni parlamentari sottolineano che «gli interventi di bonifica delle acque del Mar Adriatico conclusosi nell’agosto 2001, nonostante le dichiarazioni dei vertici della Marina militare, che garantirono il raggiungimento di un grande coefficiente di sicurezza, lasciarono gravi ombre su tutta l’operazione, contraddistinta sia dal segreto militare che da un’evidente impreparazione ad affrontare un’emergenza prevista e determinata dagli stessi organismi militari».

A proposito di «uranio impoverito», la senatrice Celeste Nardini (Rifondazione) ha chiesto al ministro della Difesa Parisi, «se il governo non ritenga necessario assicurare un impegno straordinario per la bonifica delle aree contaminate al largo delle coste pugliesi e per misure di protezione sanitaria delle popolazioni». La parlamentare intende anche sapere «se il governo intenda impegnarsi da subito per la messa al bando di tutte le armi all’uranio impoverito, iniziando unilateralmente a vietarne l’uso nei poligoni d’addestramento e lo stoccaggio nelle basi militari, anche internazionali, collocate sul territorio nazionale». L’onorevole attende una risposta dal 23 gennaio scorso. Anche left ha telefonato, invano, al ministro Arturo Parisi per ottenere chiarimenti: sarebbe opportuno rendere note le modalità e i risultati degli interventi di bonifica all’epoca effettuati. Tenuto conto che la Convenzione di Barcellona - dal 1995 - non consente la discarica definitiva a mare, nel Mediterraneo, di materiali che possono costituire pericolo per l’ambiente marino, per l’attività di pesca e per la navigazione e quindi l’abbandono definitivo di bombe o materiale esplosivo. Rilasci di tali materiali, accidentali o motivati da condizioni di emergenza o da incidenti, devono comportare azioni di recupero, messa in sicurezza e bonifica delle aree interessate con verifica dei danni e conseguente azione di risanamento. «Non è possibile pensare che i ministri europei non sapessero nulla dell’uso di proiettili all’uranio impoverito», afferma Massimo Cocchi, docente di biochimica della nutrizione allo Scottish Agricultural College di Edimburgo. Nel 1999, una lettera aperta inviata dall’allora ministro federale dell’Agricoltura della Repubblica Jugoslava, Jagos Zelenovic, ai colleghi dei Paesi dell’Unione Europea, denunciava il disastro ecologico causato dai ripetuti raid aerei della Nato. In particolare si segnalava l’uso sistematico di proiettili all’uranio impoverito da parte dei cacciabombardieri statunitensi A-10. «Per i prossimi 50 anni ne pagheremo le conseguenze», insiste il professor Cocchi. Danni ambientali la cui entità è stata dimenticata, ben sapendo che l’effetto del disastro causato non è immediato. Documenti ufficiali della Nato dimostrano come fosse evidente, fin dai raid contro la Bosnia del ’95, l’utilizzo dell’uranio impoverito. L’operazione venne battezzata Deliberate Force e un lungo rapporto descrive nei dettagli gli 11 giorni di bombardamenti, fra l’agosto ed il settembre ’95. La relazione è presente alla biblioteca pubblica della marina degli Usa e sul sito di Afsouth (www.afsouth.nato.int), il comando Nato per il Sud Europa con sede a Bagnoli, fin dal 1997 e venne rese nota nell’ottobre ’95. Il vicecomandante della base era il generale italiano Duilio Mambrini. Nell’allegato 2 del rapporto vengono elencati, divisi per nazionalità, le decine di aerei che parteciparono alle missioni sui cieli della Bosnia. Gli Usa, che hanno compiuto 2.318 sortite, il 65,9 per cento del totale, schieravano ad Aviano uno squadrone di 12 ammazzacarri A-10. Il rapporto elenca nell’allegato 3, genere e numero di ordigni utilizzati, compresi 10.086 proiettili Pgu-14 Api, imbottiti d’uranio impoverito. Il dato si differenzia dal totale rivelato dal ministro Mattarella, di 10.800 colpi, perché mancano i dardi utilizzati durante la precedente operazione Deny flight nel ’94. I generali italiani sapevano. Il generale Andrea Fornasiero (ex Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica) il 29 agosto ’95 riceveva dalla Nato l’ordine di eseguire il piano d’attacco sulla Bosnia. Fornasiero era comandante della V Forza aerea tattica alleata a Vicenza, responsabile per la pianificazione e la gestione dei bombardamenti sulla Jugoslavia.

di Gianni Lannes - 15/04/2007
fonte: http://www.avvenimentionline.it/content/view/1209/1/

domenica 24 febbraio 2008

Sulle ali della guerra. Cresce l'Alenia a Foggia


Si inaugura oggi negli stabilimenti Alenia di Foggia la nuova linea produttiva per le ali dell’ F35, il cacciabombardiere di fabbricazione Usa, noto anche come Jsf [Joint strike fighter]. Lo stabilimento Borgo Incoronata, con la produzione dei Jsf, dovrebbe incrementare il numero di addetti che oggi è di novecento unità, fanno fatto sapere i militari responsabili del progetto. Il programma prevede l’entrata in servizio del primo aereo nel 2013, e una produzione totale di circa 3000 macchine destinate aI nove paesi coinvolti [Usa, Regno unito, Olanda, Canada, Australia, Norvegia, Danimarca, Turchia e ovviamente Italia, cui è destinato un lotto di ben 130 velivoli].
Il progetto bellico complessivo per la realizzazione degli F35, presentato nei mesi scorsi, prevede un contratto di 250 miliardi di dollari. Il governo Prodi ha scelto di diventare il terzo partner principale dopo Usa e Regno unito. Capo-commessa del progetto è la società statunitense Lockheed Martin, venti le aziende italiane coinvolte, capitanate da Finmeccanica.
I veivoli destinati all’Italia verranno assemblati a Cameri [Novara], dove la mobilitazione dei pacifisti ha sollevato le proteste anche di un’ampia parte del mondo cattolico: contro il progetto degli F35 si sono pronunciati più volte anche il vescovo di Alessandria, Fernando Charrier e l’arcivescovo di Pescara e presidente di Pax Christi Tommaso Valentinetti। Secondo la Rete Italiana per il Disarmo, una rete di una trentina di associazioni che riunisce realtà del mondo cattolico, laici e sindacati dei metalmeccanici [come Fim-Cisl e Fiom], la spesa complessiva per il nostro paese è di 20 miliardi di euro.


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